Quando finisce un amore, non sempre la fine della relazione corrisponde alla fine del sentimento. Separare chirurgicamente le parti psichiche dell’uno e dell’altro, quelle dell’uno che abitano nell’altro e quelle che l’altro ha fatto nascere e germogliare nell’altro non è affatto semplice e forse nemmeno utile.
Così accade anche che alcune di quelle particelle rimangono in uno dei due o in entrambi ancora e per sempre.
In un’epoca di rancori urlati e non elaborati, di vendette gridate con supponenza e invadenza, di orologi e macchine confuse (tra Twingo e Ferrari, Casio e Rolex) con un’impennata di volgarità che diventerà un mantra della moderna vendetta e di libri taglienti e rancorosi intrisi di parole piene di buio, esercitare il rispetto e il silenzio potrebbe essere una valida alternativa.
Ogni disastro del cuore ha sempre due protagonisti, mai soltanto uno, e anche le vittime hanno un ruolo attivo nelle slavine relazionali. Ogni fine lascia una profonda fragilità e un solco invisibile di infelicità, al quale segue la ricerca affamata e affannosa della vendetta e di un altro amore che risarcisca nel più breve tempo possibile il danno subito. Per non sentire troppo dolore, per non abitare il vuoto, il buio.
Alle grida di cattivo gusto postate e agli agiti – in psicoanalisi acting out – verso altri corpi e cuori esiste anche un’alternativa: l’elaborazione e la solitidine proficua e fertile.
Tenere dentro di sé l’altro, colui o colei per un motivo o un altro non c’è più, accarezzarlo con il ricordo ogni tanto e, in fondo, dirgli grazie diventa un esercizio di stile e un’opportunità di crescita.
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2 Commenti. Nuovo commento
Gianna Nannini ha scritto una canzone ‘La Fine” dove una frase dice: “Mi mancherai e così mi farai compagnia.”
Grazie Dottoressa e buon lavoro.
Che bella frase, non la conoscevo.
Grazie a Lei.